Maxi sequestro: Petti risponde

Maxi sequestro: Petti risponde

Anche Anicav e Confagricoltura intervengono sulle contestazioni fatte al gruppo toscano dai Carabinieri

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Notizie dal mondo agroalimentare:
prodotti, mercati, tecnologie, processi di filiera

29

Aprile
2021

Lo scorso 26 aprile abbiamo dato notizia di un imponente sequesto avvenuto presso Italian Food Spa - Gruppo Petti di Livorno che ha riguardato 4477 tonnellate di conserve di pomodoro, semilavorati e concentrati per un valore commerciale di almeno 3 milioni di euro. Per gli inquirenti "il prodotto era falsamente etichettato quale 100% italiano, miscelato con rilevanti percentuali (variabili) di pomodoro concentrato estero". Inoltre, si legge su il Fatto Quotidiano, i carabinieri hanno sequestrato documentazione contabile, amministrativa e di laboratorio "tra i quali figurano schede di produzione ufficiose e manoscritte, dove è scritto che ai prodotti sono state attribuite caratteristiche di origine e composizione false".

La risposta di Italian Food

Livorno Today ha riportato una lettera inviata a clienti e fornitori con la quale l'azienda Italian Food Spa - Gruppo Petti si difende dalle accuse di produzione e commercializzazione fraudolenta di conserve di pomodoro oggetto dell'indagine dei carabinieri di Livorno. La società Italian Food spiega che la merce sequestrata era destinata "per il confezionamento di prodotti a marchi terzi, destinati all'esportazione fuori dall'Italia".

"In merito alle notizie pubblicate in questi giorni sulle indagini attualmente in corso da parte del nucleo carabinieri di Livorno per la Tutela Agroalimentare - dice l'azienda - la società Italian Food Spa presenterà nei prossimi giorni tutta la documentazione più dettagliata e completa per dimostrare la tracciabilità del prodotto semilavorato oggetto delle indagini e la conseguente richiesta di dissequestro merce".
"In questo momento, la priorità per la società è di verificare e chiarire tutti gli aspetti con le autorità preposte - spiega la nota - in quanto la merce semilavorata industriale di provenienza estera, rinvenuta tra lo stock di prodotto toscano e italiano stivati nei magazzini, viene regolarmente utilizzata come da altre aziende del settore conserviero per il confezionamento di prodotti a marchi terzi, destinati all'esportazione fuori dall'Italia

"L'azienda - conclude la nota - ha piena fiducia nell'operato delle forze dell'ordine e delle pubbliche autorità e non intende rilasciare ulteriori dichiarazioni finché le indagini non saranno concluse, nel pieno rispetto delle stesse. Restiamo a disposizione per fornire chiarimenti sul prosieguo della vicenda nelle prossime settimane".

I commenti di Anicav e Confagricoltura

"In merito alle indagini avviate dai Carabinieri per la Tutela Agroalimentare e Forestale in provincia di Livorno, che hanno coinvolto il Gruppo Petti e alcuni suoi dirigenti - afferma l'Associazione Nazionale Industriali Conserve Alimentari Vegetali - siamo assolutamente certi che gli inquirenti potranno chiarire nel più breve tempo possibile quanto effettivamente accaduto in questa vicenda, anche per evitare speculazioni che troppo spesso hanno messo a repentaglio l’immagine di un comparto fondamentale per la filiera agroalimentare italiana. Nel frattempo, non possiamo che riporre la stessa fiducia anche nell’azienda coinvolta augurandoci che possa, dal canto suo, chiarire la propria posizione e dissipare ogni dubbio sul proprio lavoro. L’Associazione ribadisce il suo totale impegno a favore della massima trasparenza a tutela dei consumatori, così come testimoniato nel corso degli anni anche dalle posizioni assunte a sostegno dell’introduzione dell’etichettatura di origine obbligatoria per tutti i derivati del pomodoro, che, ha reso obbligatorio ciò che volontariamente le nostre aziende già fanno e continueranno a fare indicando in etichetta la provenienza italiana del pomodoro".

"La frode che ha riguardato l'azienda Petti è il chiaro segnale che il pomodoro maremmano deve essere valorizzato ancora di più di quanto non sia stato fatto fino ad oggi". Così  Marco Neri, presidente di Confagricoltura Toscana, sulla vicenda che ha coinvolto l’azienda toscana che utilizza parte del prodotto da industria coltivato in Maremma. "Se confermato dalla indagini, il comportamento dell’azienda è assolutamente da stigmatizzare e mette ancora più in evidenza come l’aumento della domanda di questo prodotto renda necessario una maggiore valorizzazione, anche economica, del pomodoro maremmano. Il consumatore deve scegliere non solo in funzione del prezzo, ma della qualità. Se ci fosse una minore marginalità sulla distribuzione e commercializzazione forse riusciremo a tutelarlo ancora di più".
In Toscana sono coltivati a pomodoro circa 2000 ettari, il 50% dei quali in Maremma e il resto tra le province di Livorno e Pisa e il Mugello. Per coltivarlo in provincia di Grosseto si spendono mediamente dai 5 ai 7mila euro per ettaro, con una resa di 850 quintali. "Se lo si pagasse, come avveniva nel 2017, 82 euro alla tonnellata, non sarebbe più conveniente la sua coltivazione. Con l’avvento di Petti, vi è stata una crescita del prezzo all’origine fino ai 105-120 euro e dunque ad una redditività più elevata, ma ancora non sufficiente a garantire i margini giusti per gli agricoltori. Spero  - conclude Neri - che ipotesi di reato come quelle contestate alla azienda livornese non frenino e non pregiudichino in qualche modo la trasformazione toscana, perché si rischierebbe di interrompere una filiera importante per l’economia toscana e la sostenibilità economica e ambientale".


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