di Valentina Oldani

Sono molti gli alimenti comunemente consumati sulle nostre tavole come pasta, riso, carote, patate e manzo, che se cotti in acqua contaminata da PFAS possono diventare a loro volta una fonte di questi pericolosi inquinanti. Lo rivela un’indagine di laboratorio preliminare condotta da Greenpeace Italia e CNR-IRSA, secondo cui la presenza di PFAS negli alimenti cotti in acqua contaminata può essere decine di volte superiore rispetto agli alimenti crudi.

Negli esperimenti realizzati da Greenpeace Italia e CNR-IRSA sono stati lessate porzioni di pasta, riso, carote, patate e manzo in acqua contaminata da PFAS proveniente dal pozzo di una famiglia di Lonigo (Vicenza) che, per decenni e fino alla primavera 2023, ha usato quest’acqua come unica fonte. La storia della famiglia è stata raccontata da Greenpeace nei mesi scorsi.

I risultati della ricerca, sebbene condotta su un numero limitato di campioni e impiegando acqua con livelli di contaminazione molto elevati, hanno evidenziato che, per via dell’evaporazione, la concentrazione di PFAS nell’acqua di cottura aumenta al crescere del tempo di ebollizione; si sfata quindi un luogo comune secondo cui l’ebollizione ridurrebbe la presenza di inquinanti.

Le indagini rivelano inoltre che la presenza di PFAS nei cibi cotti varia in base al tipo di alimento: la pasta e il riso, che assorbono più acqua durante la cottura, mostrano i livelli più elevati di inquinanti, seguiti nell’ordine da patata, carota e manzo



È ben documentato, fin dal 2013, che nella regione del Veneto si è verificato un significativo inquinamento da sostanze perfluorurate che ha contaminato un vasto acquifero.
E come già segnalato da Food&Tec, i PFAS sono stati trovati proprio da Greenpeace Italia, grazie a dei campioni analizzati da un laboratorio indipendente, nell'acqua potabile della Lombardia, utilizzata giornalmente per gli usi domestici, compreso il cucinare.
Il rapporto PFAS e acque potabili in Lombardia, i campionamenti di Greenpeace Italia è stato diffuso lo scorso ottobre, insieme alla mappa dei campionamenti.

Occhio agli alimenti lessati

Gli ultimi dati di Greenpeace, sebbene necessitino di ulteriori conferme, indicano chiaramente come "la cottura di alimenti in acqua contaminata possa diventare una fonte rilevante di PFAS nella dieta umana. Basta una sola porzione di alimenti cotti in acqua contaminata per apportare una quantità di PFAS decine di volte superiore a quella dei corrispondenti alimenti crudi, contribuendo notevolmente, nel caso oggetto di studio, a superare le soglie di assunzione ritenute sicure per la salute umana", dichiara Sara Valsecchi, ricercatrice del CNR- IRSA.

Il contributo alla dieta degli alimenti lessati è stato verificato secondo l’approccio usato dal RIVM (l’Istituto per la salute pubblica dei Paesi Bassi), che tiene conto di tutti i PFAS e non solo dei quattro (PFOA, PFOS, PFNA e PFHxS) indicati dall’EFSA, che nel 2020 aveva stabilito una soglia di sicurezza settimanale pari a 4,4 nanogrammi per chilo di peso corporeo.
"Questa ricerca evidenzia che l’esposizione della popolazione ai PFAS è stata finora sottostimata e che molte persone, non solo in Veneto ma anche in altre regioni italiane come Piemonte e Lombardia dove è stata scoperta la presenza di questi pericolosi inquinanti nell’acqua, possono essere esposte a contaminazione anche attraverso la cottura dei cibi. Per tutelare efficacemente la collettività, oltre a erogare alla popolazione acqua pulita e priva di PFAS, sono necessari provvedimenti non più rinviabili come il divieto dell’uso e la produzione di queste pericolose sostanze sull’intero territorio nazionale", dichiara Giuseppe Ungherese, responsabile campagna inquinamento di Greenpeace Italia.
L'Agenzia Europea per le Sostanze Chimiche - ECHA, lo scorso febbraio, ha infatti proposto il divieto di produrre, importare e utilizzare ben 10.000 sostanze per- e polifluoroalchiliche (PFAS).

Foto di apertura: pixabay

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