L'italian sounding agroalimentare vale più dell’export. DOP e IGP maggiormente colpite

L'italian sounding agroalimentare vale più dell’export. DOP e IGP maggiormente colpite

THEA: i prezzi dei prodotti "falsi" sono inferiori del 57% rispetto a quelli degli originali

Notizie dal mondo agroalimentare:
prodotti, mercati, tecnologie, processi di filiera

11

Giugno
2024

A cura della Redazione F&T

La Lombardia è la regione italiana più colpita dal fenomeno dell’italian sounding con un impatto economico negativo pari a 10,2 miliardi di euro l’anno, seguita da Veneto (10 miliardi di euro), ed Emilia-Romagna (9,9 miliardi di euro).
I dati della ricerca di The European House Ambrosetti, realizzata in occasione dell’ottavo forum La roadmap del futuro per il Food&Beverage di Bormio, evidenzia, inoltre, come l’imitazione all’estero di prodotti del territorio abbia precluso quasi nove miliardi di euro di vendite oltre-confine per il Piemonte (8,7), 5,5 per la Campania e 3,5 miliardi per la Toscana che vede colpiti soprattutto i suoi olii extra vergine di oliva e vini.
Anche il Trentino-Alto Adige (3,3 miliardi di euro), è esposto più della Puglia (impatto di 2,8 miliardi di euro) che soffre per l’imitazione di olio e prodotti agricoli.
La Sicilia (1,7 miliardi di euro) è più colpita del Friuli Venezia Giulia (1,6 miliardi di euro) a cui imitano soprattutto i prosciutti.
L’impatto dell’italian sounding sulle altre regioni italiane si attesta complessivamente a 6,3 miliardi di euro nel 2023.

Carni & formaggi

"Le regioni più colpite dal fenomeno sono quelle che concentrano la propria esportazione su prodotti ad alta intensità di italian sounding, come i prodotti a base di carne o i prodotti lattiero-caseari, così come verso i Paesi più sensibili al fenomeno (Giappone, Brasile e Germania). La tutela del made in Italy è una priorità - spiega Valerio De Molli, managing partner & Ceo The European House  Ambrosetti - e l’implementazione del nuovo Regolamento DOP e IGP a partire dal 2024 rappresenta un passo significativo in questa direzione. Nel 2023 il fenomeno dell’italian sounding nel mondo ha superato quello dell’export agroalimentare: 63 miliardi di euro contro i 62 di esportazioni".

Il fascino dei prezzi. Bassi

Come analizzato da The European House Ambrosetti, nel 2023 i consumatori esteri hanno acquistato 63 miliardi di prodotti tipici italiani "falsificati" che non provengono dal nostro Paese. Questo significa che il valore dell’export food&beverage italiano sarebbe più che raddoppiato a 126 miliardi di euro sommati ai 62 miliardi di export agroalimentare di vero made in Italy.
"L’italian sounding - ha aggiunto Benedetta Brioschi, partner Teha - è competitivo grazie a prezzi mediamente inferiori del 57% rispetto ai prodotti originali. Negli Stati Uniti, ad esempio, il prezzo del Parmigiano può essere ridotto fino al 38%, quello del mascarpone fino al 50% e della pasta secca fino al 54%".

In Cina, Giappone e Canada mediamente sette consumatori su 10 cercano prodotti italiani veri senza considerare gli aspetti legati al prezzo che risultano determinanti per poco più del 20% degli acquirenti.

Anche in Germania il 72% dei consumatori desidera prodotti veramente italiani (il 28% ha, invece, la priorità di spendere meno), o in Australia (70%) e Brasile (69,1%). Più contenuta la quota nei Paesi Bassi (66% vuole il "vero italiano"), negli Stati Uniti (63%), in Francia (62,6%) e nel Regno Unito dove non si supera il 55% di consumatori che ricercano prodotti veramente made in Italy anche a fronte di una maggiore spesa.

I prodotti più emulati

Ragù (61,4% italian sounding vs 38,6% vero prodotto italiano), parmigiano (61% vs 39%) e aceto balsamico (60,5% vs 39,5%) sono i tre prodotti più imitati sugli scaffali della grande distribuzione all’estero.
Secondo i dati The European House-Ambrosetti, seguono pesto (59,8% italian sounding vs 40,2% vero prodotto italiano), pizza surgelata (59,3% vs 40,7%), prosciutto (59,2% vs 40,8%), pasta di grano duro (59,2% vs 40,8%), prosecco (58,9% italian sounding vs 41,1% vero prodotto italiano), salame (58,5% vs 41,5%), gorgonzola (57,0% vs 43,0%) e olio extra vergine di oliva (56,8% vs 43,2%).
"La riduzione delle barriere doganali e l’internazionalizzazione della filiera italiana della distribuzione possono essere fattori determinanti per contrastare l’italian sounding - ha concluso De Molli - così come una forte disincentivazione all’indicazione fallace in etichetta, ma anche la creazione di ambasciatori del made in Italy e l’adozione di tecnologie che permettano una precisa tracciabilità del prodotto".

Immagine: freepik

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