Continuano le proteste di Coldiretti al Brennero

Continuano le proteste di Coldiretti al Brennero

Anche FederBio, Legambiente e Slow Food Italia portano al valico il loro impegno a tutela del made in Italy

Notizie dal mondo agroalimentare:
prodotti, mercati, tecnologie, processi di filiera

09

Aprile
2024

A cura della Redazione F&T

9 aprile 2024, secondo giorno di proteste di Coldiretti al Brennero, dove gli agricoltori seguono i controlli a campione, effettuati dalle forze dell'ordine, che danno un'idea di quanto transita dal confine. Avocado che, dal Sud Africa, arrivano a Verona passando dalla Moldavia; tonnellate di patate che entrano dai valichi in ogni forma, pronte ad essere riconfezionate con un nastrino tricolore. Prosciutti in arrivo dalla Polonia e uova non etichettate in arrivo dai Paesi dell'est.
Si continua con cosce di maiale danesi dirette a Modena che rischiano di diventare prosciutti italiani, uva indiana spedita a Novara, preparati industriali a base di uova fatti in Polonia e attesi a Verona. E anche un tir carico di grano senza tracciabilità. Sono solo alcuni esempi del fake in Italy scoperti dalla Coldiretti al Brennero, una mobilitazione di diecimila agricoltori per dire stop all’invasione di cibo straniero spesso venduto come nazionale, con l’avvio di una grande raccolta di firme per una proposta di legge europea di iniziativa popolare che porti a estendere l’indicazione dell’origine in etichetta su tutti i prodotti in commercio nell’Unione Europea.

Agricoltori preoccupati

La preoccupazione si misura dalla voce degli agricoltori: Marcello Correris, produttore di carciofi e ortaggi in Sardegna, denuncia una disparità "tra i prodotti importati, coltivati con l'utilizzo fitofarmaci da noi vietati ma consentiti extra UE: noi siamo per la sicurezza alimentare e la tutela del consumatore e pretendiamo che queste situazioni assurde non abbiano più a verificarsi. Di fatto si tratta di concorrenza sleale. I carciofi dall'estero ormai sono la maggioranza".
Giuseppe Talarico, produttore di patate in Calabria, guarda amareggiato il tir carico di tuberi già lavorati in arrivo dalla Germania: "Non si tratta solo del Brennero, è da poco arrivata una nave cargo dall'Egitto, ma i flussi sono quotidiani e pesanti. Questo provoca il collasso dei prezzi e mette in difficoltà le imprese nazionali. Soprattutto quando si tratta di prodotti extra UE coltivati, anche in questo caso, con prodotti che da noi non sono permessi". Calabrese anche Francesco Bilardi, che produce frutta tropicale in Calabria e che quasi è incredulo davanti al tir carico di avocado che, provenienti dal sud Africa, hanno varcato il Brennero provenienti dalla Moldavia: "Prodotti spesso raccolti ancora a maturazione incompleta, che percorrono migliaia e migliaia di chilometri e trattati senza dover sottostare alle legittime e rigide normative nazionali: tutt'altra cosa rispetto alla nostra frutta, fresca e curata".
Pietro Luca Colombo, Presidente della federazione Coldiretti Varese e cerealicoltore, denuncia "i prezzi in caduta libera del grano che mettono a rischio il futuro della coltivazione in Italia, perché le nostre imprese si trovano a dover sostenere costi insostenibili di produzione. Vanno intensificati gli accordi di filiera che premiano la qualità e va dato corso a quanto già stabilito per legge, ovvero che i prezzi non possono scendere mai sotto i costi di produzione".
Alcuni cercano soluzioni alternative, come Luca Raboni che, da Macerata, ha deciso "di trasformare direttamente il grano in pasta e farine, appoggiandomi a realtà di trasformazione sul posto. Ma non può certo essere una soluzione applicabile per tutti e su larga scala".

Lotta alle agromafie, reciprocità degli standard di qualità e contrasto ai pesticidi vietati in UE

FederBio, Legambiente e Slow Food Italia hanno scelto di partecipare insieme alla manifestazione, organizzata da Coldiretti al valico del Brennero per sensibilizzare le istituzioni sul tema dell'obbligo dell'origine in etichetta per le produzioni agroalimentari e contrastare l'importazione di prodotti che vengono venduti come italiani, senza però rispettare regole e standard richiesti per i prodotti nazionali, generando così condizioni di concorrenza sleale per i produttori italiani.

La presenza congiunta delle tre organizzazioni vuole essere una manifestazione di sostegno agli agricoltori, logorati da sfide economiche e climatiche che non riescono più a gestire, e ha l’obiettivo di condividere alcune proposte per tutelare le produzioni agroalimentari italiane. Fra tutte quella della revisione del criterio dell’ultima trasformazione del Codice doganale dell’Unione europea e del luogo di provenienza: «Fondamentale superare le attuali regole sul codice doganale - spiega Ettore Prandini, Presidente di Coldiretti - per contrastare in maniera decisa le frodi al nostro agroalimentare. Dobbiamo evitare che i consumatori siano ingannati e bloccare tutto quello che permette di vendere come italiano, magari anche camuffandone il nome, come un prosciutto fatto con cosce di maiale provenienti dall’estero. Serve poi insistere sul principio di reciprocità in una situazione che vede l’ingresso dalle frontiere di prodotti trattati con sostanze e metodi vietati in Europa che non rispettano le stesse normative comunitarie in fatto di sicurezza alimentare, tutela dell’ambiente e del lavoro. Una concorrenza sleale che danneggia gli agricoltori europei».

FederBio, Legambiente e Slow Food Italia hanno presentato alcune istanze che ritengono prioritarie per rilanciare l’intera agricoltura nazionale, basate sulla transizione agroecologica, vera risposta alla crisi dei sistemi alimentari. Il metodo biologico propone un modo di produrre nel rispetto della fertilità del suolo, della salute dei cittadini e degli ecosistemi ambientali, che può diventare un punto di riferimento per l’intero comparto agricolo.

«Si recuperi e approvi in tempi rapidi il ddl contro le agromafie e l’agropirateria che ad oggi è inspiegabilmente in stallo alla Camera dei deputati. A Governo e Parlamento chiediamo un atto di responsabilità affinché si sblocchi questa situazione». È quanto chiede Stefano Ciafani, Presidente di Legambiente. «Un vuoto normativo da colmare al più presto e che permetterebbe, con l’introduzione nel codice penale dei nuovi delitti contro il patrimonio agroalimentare e un inasprimento delle pene, di contrastare la criminalità organizzata che ha affondato le sue radici anche nella filiera agroalimentare. Parliamo di norme previste dal disegno di legge elaborato dopo un lungo e approfondito lavoro dall’Osservatorio sulle agromafie promosso dalla Coldiretti e presieduto da Giancarlo Caselli per fermare la concorrenza sleale e che condividiamo in pieno».

«Gli eventi climatici estremi sempre più frequenti e sempre meno prevedibili hanno ridotto le rese. I prezzi pagati ai produttori sono sempre più bassi e le aziende non coprono i costi. Da decenni ormai le politiche agricole nazionali e internazionali sono miopi e confinano la produzione alimentare a un insalubre assistenzialismo. A ciò si è aggiunta la concorrenza, sleale di fatto, legale nella forma, da parte di Paesi che non sono tenuti a rispettare le regole valide in Italia, in termini ambientali per l’uso di fitofarmaci, e in termini etici per i diritti di lavoratori e consumatori» sottolinea Barbara Nappini, Presidente di Slow Food Italia. «Riteniamo dunque urgente istituire clausole specchio nelle relazioni commerciali dell’Unione con i Paesi terzi: un sistema in grado di regolamentare la concorrenza fra prodotti locali e di importazione, garantire ai consumatori trasparenza su alimenti importati e limitare al contempo gli impatti negativi su salute, società e ambiente negli stessi Paesi esportatori. Introdurre clausole specchio consentirebbe di attuare gli obiettivi del Green Deal, premiando le aziende che producono cibi sani nel rispetto della fertilità del suolo e degli ecosistemi, sostenendo affinché possano modificare il proprio modello produttivo, passando da monocolture intensive a pratiche agroecologiche per un'agricoltura che non comprometta il futuro, ma lo garantisca» conclude Nappini.

«FederBio considera prioritaria per i prodotti biologici la questione del giusto prezzo, elemento chiave per difendere il reddito degli agricoltori e garantire la trasparenza di tutta la filiera nei confronti dei cittadini. Per questo dobbiamo evitare situazioni di concorrenza sleale ed è fondamentale che, per i prodotti agroalimentari importati, siano rispettate le stesse norme che valgono per i produttori italiani ed europei. Questo è un punto chiave anche per il biologico, per il quale condividiamo l’iniziativa di Coldiretti» sottolinea Maria Grazia Mammuccini, Presidente di FederBio. «Il Regolamento europeo sul bio prevede, per le importazioni dei prodotti biologici, il passaggio dal principio di equivalenza a quello di conformità a partire dal 2025. Questo significa che gli alimenti bio importati dovranno rispettare le medesime regole cui sono sottoposti gli agricoltori bio europei. Riteniamo che lo stesso principio debba essere applicato all’agricoltura convenzionale. L’introduzione del principio di conformità a tutta l’agricoltura eviterebbe che ingenti quantitativi di principi attivi vietati in UE, siano scaricati dalle multinazionali nei Paesi in via di sviluppo, rientrando poi in Italia e in Europa sotto forma di frutta e altri alimenti. Bloccare questi agrofarmaci è fondamentale per tutelare la salute, la fertilità del suolo e gli ecosistemi, ma anche per contribuire a superare situazioni di concorrenza sleale per gli agricoltori» conclude Mammuccini.

RIPRODUZIONE RISERVATA ©Copyright FOOD&TEC


Condividi su: