La plastica nel packaging alimentare: legislazione europea e valutazione tossicologica dei polimeri più diffusi

La plastica nel packaging alimentare: legislazione europea e valutazione tossicologica dei polimeri più diffusi

L’articolo, tratto dalla relazione di Giorgio Bonaga del Dipartimento di Chimica, Additivi e residui negli alimenti dell’Università di Bologna, ci illustra la situazione attuale e l’evoluzione dell’approccio comunitario in tema di sostenibilità del packaging: dalle plastiche tradizionali ai biopolimeri

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20

Dicembre
2018

L’attenzione data dai media negli anni recenti al problema dell’inquinamento ambientale da rifiuti plastici è ormai quasi quotidiana. E i toni non sono rassicuranti. La produzione di plastica e il suo ciclo di vita, infatti, sono un tema importante ogni qualvolta si parli di salute degli ecosistemi, impatto ambientale e sostenibilità. Dal 1947 al 2017 sono state prodotte 8.300.000.000 tonnellate di plastica; il 30% è ancora in uso, ma il rimanente 70% è finito buona parte in discarica (50%) inceneritore (10%), e solo il 7% a riciclo.

Per quanto riguarda le fonti di produzione, oggi la sproporzione fra polimeri plastici di derivazione petrolchimica e i polimeri bio-based è ancora pronunciata, in quanto la domanda mondiale di plastiche è per il 49% coperta da PPs+PEs (polipropilene e polietilene). Venendo all’ambito nazionale, secondo i dati di Federplastica, l’impiego delle plastiche è destinato per l’80% al settore degli alimenti e quelle più utilizzate sono a base di PPs e PEs per circa il 70%.

Quando si parla di plastica, si fa riferimento a “un composto macromolecolare organico ottenuto per policondensazione, poliaddizione o altro procedimento simile da molecole di peso molecolare inferiore, oppure per modifica chimica di macromolecole naturali”. La natura dei monomeri di partenza e le condizioni della reazione di polimerizzazione consentono di ottenere dei polimeri con una varietà di proprietà praticamente illimitate. L’aggiunta di additivi come plastificanti, antiossidanti, coloranti, sostanze di carica permette di ottenere un materiale in forma di granuli (masterbatch o pellet), che rappresenta il punto di partenza dotato di proprietà chimiche, fisiche, termiche e meccaniche idonee alla produzione di manufatti (Tabella 1).

Tabella 1 - Criteri di classificazione di un materiale plastico
 

Normativa e orientamenti comunitari

La normativa comunitaria nel testo del Regolamento (CE) 1935/2004 del 27 ottobre 2004 riguardante i materiali e gli oggetti destinati a venire in contatto con i prodotti alimentari (MOCA) stabilisce i requisiti generali a cui devono rispondere i materiali e oggetti in questione. Riporta le disposizioni dettagliate per i singoli materiali (materie plastiche, ceramiche vetro, carta ecc.) perché siano prodotti in modo da non trasferire agli alimenti componenti in quantità tale da costituire un pericolo per la salute umana in primis, ma che allo stesso modo proteggano e garantiscano l’alimento sia per quanto riguarda la sua composizione sia per il deterioramento della caratteristiche organolettiche.

Le plastiche, tuttavia, hanno goduto in questi anni di particolari attenzioni da parte del legislatore comunitario. Nel 2011, infatti, ha visto la luce una norma a loro interamente dedicata (Regolamento CE 10/2011 del 14 gennaio 2011 riguardante i materiali e gli oggetti di materia plastica destinati a venire a contatto con i prodotti alimentari) che ribadisce il concetto di salubrità dei materiali verso il consumatore e verso le caratteristiche compositive del prodotto. Il testo riporta anche una serie di altre informazioni, elencate di seguito:

  • la “lista positiva” dei monomeri e degli additivi autorizzati (Allegato 1)
  • i limiti di migrazione specifica (SML);
  • i limiti di migrazione globale (OML).

L’inserimento di una nuova sostanza, secondo quanto specificato nel testo, è subordinato al parere di congruità che l’autorità legislativa europea formula sulla base di un’ampia serie di dati, fra cui quelli tossicologici, epidemiologici, SML, OML.

La politica europea si sta adoperando per affrontare il problema della sostenibilità delle produzioni, non ultime quelle alimentari, per le quali grande importanza riveste tutto quanto concerne il packaging. La strategia comunitaria nell’ottica di un’economia circolare è finalizzata al drastico contenimento degli impatti ambientali soprattutto sui sistemi marini, alla salvaguardia delle risorse e allo sviluppo di un sistema circolare di recupero e immissione nel ciclo produttivo delle plastiche. E nel dettaglio si sta adoperando per:

  1. arginare la marea di rifiuti marini di plastica con misure capaci di prevenire la dispersione
  2. valutare la necessità di un'iniziativa legislativa dell'UE sulle materie plastiche e sugli attrezzi da pesca monouso
  3. affrontare il tema delle fonti dei rifiuti marini di plastica e assicurare un monitoraggio migliore
  4. sviluppare il tema delle plastiche compostabili e biodegradabili per fornire ai consumatori informazioni su un uso corretto
  5. limitare l'impiego di microplastiche intenzionalmente utilizzate nei manufatti;
  6. collaborare con gli Stati membri dell'UE per ridurre il consumo di sacchetti di plastica, ai sensi della direttiva sui sacchetti di plastica
  7. utilizzare i finanziamenti dell'UE per combattere l'aumento dei rifiuti marini di plastica;
  8. adeguare le norme dell'UE in modo da ottenere tassi di riciclaggio della plastica più elevati e anche migliori sistemi di raccolta dei rifiuti
  9. promuovere l'accesso all'acqua potabile per i cittadini dell'UE, riducendo l'impiego delle bottiglie di plastica.

I possibili sviluppi

Le materie plastiche di derivazione petrolchimica sono una classe molto eterogenea di sostanze: da pochi monomeri si originano molti polimeri diversi tra loro, con caratteristiche di performance e sicurezza differenti. Negli anni sono emerse problematiche relative alla loro idoneità alimentare che hanno reso necessario sviluppare un approccio basato sulla valutazione del rischio. La scelta del materiale infatti deve essere stabilita caso per caso, anche in funzione dell’effettivo impiego (usa e getta, uso permanente, a freddo, a caldo, in microonde ecc.).

Dal punto di vista dello smaltimento, infine, mentre le bioplastiche e le nanoplastiche sono dotate di elevata eco-compatibilità, per le plastiche petrolchimiche le soluzioni attuali (riciclaggio e incenerimento) sono ancora poco utilizzate rispetto la loro quasi continua diffusione.

Accanto a queste, per i motivi di cui si accennava in precedenza, sempre maggior impulso viene dato alla ricerca e alle applicazioni di materie plastiche bio-based. Si tratta di materiale organico nel quale il carbonio deriva esclusivamente da risorse biologiche rinnovabili. Si possono anche definire polimeri estratti direttamente o prodotti indirettamente da biomasse, ma meritano una precisazione alcune definizioni che riguardano le loro caratteristiche. I biopolimeri infatti sono “biodegradabili”, “compostabili” e “a basso impatto ambientale”.

Quando si parla di biodegradabilità si intende la decomposizione della materia organica, a opera dell’attività enzimatica dei microrganismi, fino a CO2 e H2O, che tuttavia non sempre avviene in modo completo. Con il compostaggio invece si ottiene il compost maturo (fertilizzante), con la digestione anaerobica si ottiene energia e compost. La compostabilità quindi è la possibilità del materiale organico di trasformarsi in compost. Si parla invece di basso impatto ambientale di un materiale quando non vi è (o è trascurabile) il trasferimento di sostanze inquinanti nell’aria, nell’acqua e nel suolo.

I polimeri bio-based sono oggi, a tutti gli effetti, la nuova frontiera del packaging sostenibile, con una elevata idoneità alimentare, sebbene i costi attuali siano ancora elevati e costituiscano uno dei limiti alla loro diffusione. Rimangono comunque una delle possibili vie di soluzione al problema del recupero e smaltimento dei rifiuti, tanto che si valuta sempre più probabile che future leggi favoriscano o rendano obbligatorio il loro utilizzo.


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