Mozzarella di bufala: conquista i mercati halal

Mozzarella di bufala: conquista i mercati halal

Nonostante i costi di esportazione, per cui il Consorzio ha chiesto una modifica del disciplinare, la mozzarella di bufala cresce la produzione halal

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01

Agosto
2017

Non si placano le polemiche sulla proposta del Consorzio di tutela della mozzarella di bufala campana Dop di modificare il disciplinare di produzione consentendo anche la commercializzazione di prodotto congelato senza liquido di governo.

Lo scopo è ridurre i costi delle esportazioni che con il prodotto congelato potrebbero avvenire anche via nave e non obbligatoriamente via aereo.

Oltre alla possibilità del congelamento, le integrazioni al disciplinare proposte dal Consorzio alle quattro regioni interessate (Campania, Lazio, Puglia e Molise) prevedono l’eliminazione dell’attuale limite di peso fissato in 3 kg, il permesso di variare le forme oltre a quella tradizionale e la possibilità che per la lavorazione della pasta si possa usare non solo acqua bollente ma anche il vapore.

Inoltre le modifiche consentirebbero l’ingresso nel canale della ristorazione della mozzarella di bufala sotto forma di pani da pizza.

D’altra parte continua il trend positivo il mercato dei consumatori di religione musulmana. La mozzarella di bufala campana certificata “halal” riscuote successo sia sui nuovi mercati in Paesi asiatici di fede islamica, come gli Emirati Arabi sia da parte dei consumatori musulmani in tutta Europa.

Nel 2016 sono stati prodotti 10.660.231 chilogrammi di mozzarella di bufala campana “halal”, pari al 24%. Una mozzarella Dop su quattro è destinata a consumatori musulmani.

Cresce anche il numero di caseifici certificati, che oggi rappresentano il 20% degli iscritti al Consorzio di Tutela in tutta l’area di produzione della Dop.

Le differenze della mozzarella di bufala “halal” non sono da ricercare nel prodotto ma nel percorso lavorativo, che prevede vincoli dettati dalla religione islamica, come ad esempio l’utilizzo di prodotti senza alcol per la pulizia degli impianti e l’impiego di caglio di origine animale certificato “halal”.

Ma la svolta fondamentale è la verifica, da parte di autorevoli rappresentanti della comunità islamica, della correttezza dei procedimenti e dell’assenza di sostanze che, pure inavvertitamente, potrebbero rendere il prodotto non lecito per l’Islam.


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