E-commerce di alimenti: normativa di riferimento

E-commerce di alimenti: normativa di riferimento

In questo articolo, con l’aiuto degli avvocati Andreis e Calda, affrontiamo un tema di attualità ma ancora penalizzato dalla scarsa informazione. Si parla della vendita online dei prodotti alimentari e di tutto ciò che tale attività comporta dal punto di vista normativo e burocratico

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Notizie dal mondo agroalimentare:
prodotti, mercati, tecnologie, processi di filiera

21

Aprile
2015

In Italia, negli ultimi anni, il fenomeno dell’e-commerce sta assumendo proporzioni non residuali rispetto alle vendite con canali tradizionali. Certo, siamo molto in ritardo rispetto a nazioni come Francia, Germania e Gran Bretagna (dai 50 ai 100 miliardi di euro di fatturato annuo) ma la confidenza sta aumentando: sarà per la comodità di ricevere la merce direttamente a casa, la fiducia nei pagamenti elettronici, i prezzi spesso più bassi che nei negozi, la possibilità di trovare prodotti di nicchia e alta qualità, sta di fatto che il commercio elettronico registra una fase di grande sviluppo.
I dati Netcomm, il Consorzio del commercio elettronico italiano, e Politecnico di Milano, dicono che il fatturato delle vendite online italiane è di 14 miliardi di euro, con una crescita annua del 17%, mentre l’export è aumentato del 24%, superando i 2,5 miliardi di euro. La metà delle famiglie italiane ha un componente che acquista online, e il 93% di chi compra sul web dà un voto superiore al 7 all'esperienza d'acquisto. Inoltre, negli ultimi tre anni, i consumatori online sono passati da 9 a 16 milioni e, di certo, i margini di crescita sono importanti.
Classicamente gli italiani prediligono l’acquisto su web di prodotti legati a turismo, elettronica di consumo e abbigliamento, ma dall’anno scorso inizia a essere rilevante anche il contributo di alcuni comparti, poco significativi in passato, con un potenziale notevole: in primis il food&wine che nel 2014 vale oltre 200 milioni di euro, in crescita del 30% sull’anno precedente. Nel 2014 anche il grocery (spesa da supermercato) aumenta, toccando un valore complessivo di 160 milioni di euro, in salita del 18%.
Per quanto riguarda il 2015, si prevede un giro d'affari di oltre 260 milioni di euro per il food&wine e per il grocery un'ulteriore crescita del 22%. Complessivamente, il commercio elettronico in Italia registrerà per il 2015 un nuovo aumento del 15% che porterà il mercato a superare i 15 miliardi di euro.

Il web comincia ad essere un punto di riferimento anche per quanti vanno alla ricerca di alimenti legati al territorio e di nicchia. Così diverse aziende produttrici e di intermediazione si affacciano su internet proponendo siti di e-commerce con l’obiettivo di essere un modo alternativo, più comodo e sicuro di acquistare prelibatezze e raggiungendo consumatori altrimenti impossibili da intercettare. I mercati esteri e le loro “infinite” potenzialità rappresentano di sicuro un attrattore formidabile.
Ma prima di definire un business plan, decidere prodotti e target, architettare la logistica, realizzare strategie di marketing e comunicazione, è necessario conoscere tutti i riferimenti normativi per adempiere agli obblighi di legge e partire col piede giusto. Per questo abbiamo intervistato gli avvocati Lorenza Andreis dello Studio Avvocato Andreis e Associati di Torino e Raffaella Calda dello Studio legale Calda, Parma.
Ecco l’interessante botta e risposta.

Quali sono i riferimenti normativi che regolano il commercio online dei prodotti alimentari?
La vendita di alimenti realizzata mediante tecniche di comunicazione a distanza è disciplinata dal Reg. UE 1169/2011 sulla fornitura di informazioni sugli alimenti ai consumatori.
In questo senso, preme precisare che il Regolamento prevale sulle disposizioni generali previste dalla Direttiva 2011/83/UE sui diritti dei consumatori (c.d. direttiva consumatori), recepita in Italia con D.Lgs. 21/2014. Nell’art. 3, par. 2 della Direttiva si chiarisce che le disposizioni dell’Unione relative a diversi settori specifici, tra le quali quelle sull’etichettatura dei prodotti alimentari, sono lasciate impregiudicate. In considerazione di ciò, quindi, la norma di riferimento è rappresentata dall’art. 14 Reg. UE 1169/2011.
Occorre premettere che il Reg. UE 1169/2011 definisce, nell’art. 2, lett. u, la vendita a distanza come “tecnica di comunicazione a distanza”, ossia “qualunque mezzo che, senza la presenza fisica e simultanea del fornitore e del consumatore, possa impiegarsi per la conclusione del contratto tra dette parti”.
Al considerando 27 del Regolamento è riconosciuto che gli alimenti forniti mediante queste modalità di vendita devono essere soggetti agli stessi requisiti di informazione degli alimenti venduti nei negozi, e, dato il contesto, si è ritenuto necessario chiarire che “in tali casi, le informazioni obbligatorie sugli alimenti dovrebbero essere disponibili anche prima che sia effettuato l’acquisto”.
Fatte queste premesse, la norma di riferimento, l’art. 14, recita:
1. “fatti salvi i requisiti d’informazione previsti dall’art. 9, per gli alimenti preimballati messi in vendita mediante tecniche di comunicazione a distanza:
a) le informazioni obbligatorie sugli alimenti, a eccezione delle indicazioni di cui all’art. 9, par. 1, lett. f), sono disponibili prima della conclusione dell’acquisto e appaiono sul supporto della vendita a distanza o sono fornite mediante qualunque altro mezzo adeguato chiaramente individuato dall’operatore del settore alimentare. Quando si usano altri mezzi adeguati, le informazioni obbligatorie sugli alimenti sono fornite senza che l’operatore del settore alimentare imponga costi supplementari ai consumatori;
b) tutte le indicazioni obbligatorie sono disponibili al momento della consegna.
2. Nel caso di alimenti non preimballati messi in vendita mediante tecniche di comunicazione a distanza, le indicazioni richieste a norma dell’articolo 44 sono rese disponibili ai sensi del paragrafo 1 del presente articolo.
3. Il paragrafo 1, lettera a), non si applica agli alimenti messi in vendita tramite distributori automatici o locali commerciali automatizzati
”.

Quali informazioni è obbligatorio dare al consumatore per ogni referenza presentata (etichetta) e in che modo?
Nell’ambito della vendita a distanza di alimenti, la norma, come evidente, distingue tra la vendita di prodotti preimballati, richiedendo le indicazioni obbligatorie di cui all’art. 9, e quella dei prodotti non preimballati, i c.d. sfusi.
Nel primo caso, tutte le indicazioni obbligatorie devono essere trasmesse al consumatore prima della conclusione dell’acquisto: occorre, quindi, che il consumatore prima di finalizzare la propria scelta di acquisto sia messo nella condizione di poter scegliere consapevolmente e quindi di ricevere tutte le informazioni a ciò necessarie.
In particolare si tratta di:
• denominazione dell’alimento;
• elenco degli ingredienti;
• allergeni;
• quantità di taluni ingredienti o categorie di ingredienti, il c.d. QUID;
• quantità netta;
• condizioni particolari di conservazione e/o le condizioni d’impiego;
• nome o la ragione sociale e l’indirizzo dell’operatore del settore alimentare responsabile che commercializza il prodotto;
• Paese d’origine o il luogo di provenienza ove previsto ai sensi dell’art. 26;
• istruzioni per l’uso, per i casi in cui la loro omissione renderebbe difficile un uso adeguato dell’alimento;
• per le bevande che contengono più di 1,2 % di alcol in volume, il titolo alcolometrico volumico effettivo;
• dichiarazione nutrizionale (che diventerà obbligatoria dal 13 dicembre 2016).
Solo il TMC o la data di scadenza e il numero di lotto dovranno essere comunicati al momento della consegna, quindi contestualmente alla fornitura.
Come chiarito anche nelle Linee Guida della Commissione europea, nella versione di gennaio 2013, al momento della consegna deve essere fornita anche l’informazione sulla data di congelamento della carne e dei pesci.
Per quanto riguarda, invece, i prodotti non preimballati, e quindi i c.d. sfusi, il regolamento rimette ai singoli Stati la scelta su come disciplinarne la vendita a distanza, decidendo quindi quali indicazioni richiedere. Vi è però un’unica eccezione: il legislatore europeo richiede, infatti, che gli allergeni debbano sempre essere indicati.
Sul punto, nelle Linee guida si precisa che “le informazioni sugli allergeni o qualunque altra indicazione richiesta dalla legislazione nazionale devono essere fornite:
1. prima della conclusione dell'acquisto e devono figurare sul supporto della vendita a distanza o devono essere trasmesse utilizzando qualunque altro mezzo adeguato chiaramente precisato dall'operatore del settore alimentare senza spese supplementari per il consumatore finale e
2. al momento della consegna
”.
Per quanto riguarda le modalità con le quali le informazioni devono essere fornite nella vendita a distanza, le Linee guida chiariscono che le “informazioni obbligatorie sugli alimenti figurano sul supporto della vendita a distanza o sono trasmesse utilizzando qualunque altro mezzo appropriato chiaramente precisato dall'operatore del settore alimentare senza spesa supplementare per il consumatore finale”.
In linea generale, si ritiene che nel caso di utilizzo di supporti idonei all’effettuazione dell’ordine di acquisto, come i siti internet, gli stessi debbano riportare tutte le informazioni obbligatorie richieste; se, invece, i supporti rappresentano soltanto strumenti promozionali o pubblicitari, senza possibilità di ordinare la merce ivi presentata, le informazioni di legge non sono richieste.
Oltre alle informazioni disciplinate dalla normativa di riferimento non deve essere trascurato l’aspetto della lingua in cui tali indicazioni dovranno essere rese note. Nella vendita a distanza la questione linguistica diventa di particolare importanza se si considera la comunicazione transfrontaliera che ha internet. I confini sono inesistenti e l’informazione è divenuta globale così come l’acquisto può essere realizzato a distanza da operatori con sede in Paesi in cui la lingua di riferimento non è quella del Paese in cui l’alimento è prodotto e confezionato.
Ogni informazione obbligatoria sugli alimenti deve apparire in una lingua facilmente comprensibile da parte dei consumatori degli Stati membri dove il prodotto viene messo in commercio.
Nella vendita a distanza la lingua di riferimento dovrebbe essere quella del Paese in cui i prodotti sono consegnati, utilizzando quindi la forma di espressione dei consumatori che vivono in tale territorio.
In conclusione ogni operatore dovrà attenersi alla precisazione di tutti quegli elementi necessari alla promozione e vendita dei prodotti alimentari seguendo le regole del marketing di settore. Il consumatore che acquisterà a distanza dovrà avere la sensazione di trovarsi nel punto vendita di fiducia ottenendo le stesse garanzie di sempre.

Quali sono le responsabilità verso i consumatori di chi commercializza prodotti alimentari via internet?
Il Reg. UE 1169/2011 ribadisce e applica i principi generali di cui al Reg. CE 178/2002, ove si afferma che tutti gli operatori del settore alimentare devono garantire e verificare che, nelle imprese da essi controllate, gli alimenti soddisfino le disposizioni della legislazione alimentare per ciò che riguarda le loro attività in tutte le fasi della produzione, della trasformazione e della distribuzione1.
Ribadito l’obbligo generale cui tutti gli operatori devono ottemperare nella fase di loro competenza, il Reg. UE 1169/2011 individua un soggetto responsabile della commercializzazione, l’operatore con il cui nome il prodotto è commercializzato.
Con specifico riferimento alla vendita a distanza, le Linee guida della Commissione europea ribadiscono tale concetto, e precisano che “l'operatore del settore alimentare responsabile delle informazioni sugli alimenti è l'operatore sotto il nome o la ragione sociale del quale l'alimento è commercializzato. Tale operatore deve garantire la presenza e l'esattezza delle informazioni fornite”.
Entrando ancora più nello specifico, la Linee guida chiariscono che “per i prodotti proposti alla vendita mediante una tecnica di comunicazione a distanza, la responsabilità di fornire le informazioni obbligatorie su questi alimenti prima della conclusione dell'acquisto incombe al proprietario del sito web”.
Il proprietario del sito web ha, quindi, un compito primario e di diretta responsabilità verso i consumatori cui si rivolge. Egli, infatti, deve assicurarsi di dare visibilità alle informazioni obbligatorie relativamente ai prodotti alimentari che verranno venduti per il tramite del proprio sito.

Questo profilo di responsabilità ricorre anche nel caso in cui il proprietario del sito ponga in vendita alimenti di altri, agendo così da distributore.
Nel settore della vendita online dei prodotti alimentari occorre differenziare da sito a sito: in alcuni di essi, infatti, l’operatore, pur essendo il proprietario del sito web, si può porre come intermediario tra il consumatore finale e il produttore, e quindi limitarsi ad agevolare i rapporti tra venditore e acquirente fornendo un servizio di “mercato on line”.
Proprio con riferimento a questa situazione, e quindi sulla responsabilità del gestore di un mercato online, è interessante la decisione della Corte di giustizia (causa C- 324/092) sulla vendita di tester di prodotti cosmetici su una piattaforma online, per la precisione quella gestita dall’operatore e-Bay. La Sentenza afferma che alla luce della Direttiva 2000/31/CE, Direttiva sul commercio elettronico, recepita dal D.Lgs. 70/2003, “il gestore di un mercato online, così detto hosting, è responsabile delle informazioni date, e da lui pubblicate sul proprio sito. Anche il soggetto che non partecipa direttamente alla messa in vendita online di prodotti, ma offre il proprio sito come una vetrina virtuale, può essere considerato come responsabile e non è completamente esentato.”
L’hosting non può avvalersi dell’esonero della responsabilità ex art. 14 della Dir. 2000/31/CE se in condizione di conoscere i dati e le offerte del sito, al contrario, a fronte della piena conoscenza di ciò che viene pubblicato sul proprio portale deve operare come il diligente operatore economico. Pertanto, anche qualora i prodotti non siano suoi e non abbia assunto un vero e proprio ruolo attivo, il gestore di un mercato online, in una causa che può comportare una condanna al pagamento di un risarcimento dei danni, non può tuttavia avvalersi dell’esonero dalla responsabilità previsto dall’art. 14 n. 1 della Dir. 2000/31/CE, se sia stato anche solo al corrente di fatti o circostanze in base ai quali un operatore economico diligente avrebbe dovuto constatare l’illiceità delle offerte in vendita di cui trattasi e, nell’ipotesi in cui ne sia stato al corrente, non abbia prontamente agito conformemente al n. 1, lett. b), del suddetto art. 14.
In questo contesto, è altresì interessante tenere in considerazione, in ambito nazionale, il Codice di Autoregolamentazione per i Servizi Internet, ove, al punto sui Principi generali di responsabilità, chiarisce che:
il fornitore di contenuti è responsabile delle informazioni che mette a disposizione del pubblico.
Ogni soggetto di internet può esercitare, contemporaneamente o separatamente, più funzioni distinte e coprire diversi ruoli. Al fine di definire i diritti e le responsabilità individuali in rete, occorre distinguere i soggetti di internet sulla base delle funzioni e dei ruoli esercitati in ciascun momento (e dunque indipendentemente dal fatto che il ruolo sia ricoperto in forma continuativa o occasionale, professionale o privata, a fine commerciale o meno).
Nessun altro soggetto di internet può essere ritenuto responsabile, salvo che sia dimostrata la sua partecipazione attiva.
Per partecipazione attiva si intende qualsiasi partecipazione diretta all'elaborazione di un contenuto.
La fornitura di prestazioni tecniche senza conoscenza del contenuto non può presumere la responsabilità dell'attore che ha fornito tali prestazioni
”.
In conclusione, nel caso di vendita online di alimenti, il responsabile della commercializzazione è il proprietario del sito. Ove si tratta di un sito ospite, il proprietario del sito è responsabile ove ritenuto a conoscenza dei dati e delle offerte presenti on line.

Che figura giuridica assume la società che fa commercio elettronico di generi alimentari prodotti da terzi e quali requisiti deve avere una società (o il suo rappresentante) per commercializzare online prodotti alimentari di altre aziende? Sono necessarie figure professionali con abilitazioni professionali per esempio in materia di igiene, controllo qualità, Haccp?
Innanzitutto, la normativa di riferimento nulla esplicita circa una forma giuridica da preferirsi rispetto ad un’altra per l’apertura di un’attività avente per oggetto il commercio di prodotti alimentari online.
In linea generale, qualunque attività commerciale alimentare deve essere avviata e svolta nel rispetto dei requisiti previsti dalla legge sul commercio.
Anche l’e-commerce di prodotti alimentari, quindi, rientra nelle attività disciplinate dall’art. 18 D.lgs. 114/1998 così come modificato dal D.lgs. 59/2010 e di conseguenza per la vendita di prodotti via internet, l’iter burocratico d’inizio attività previsto per l’apertura di esercizi al dettaglio deve essere seguito come nel caso di apertura di un punto vendita attraverso la segnalazione Certificata di avvio di nuova attività di vendita al dettaglio.
Per la gestione di un’attività di commercio di prodotti alimentari è richiesto il possesso dei requisiti morali e professionali che dovranno essere presentati al Comune di riferimento in cui avrà la propria sede l’attività.
I requisiti morali sono, a titolo esemplificativo e non esaustivo: non essere stati dichiarati delinquenti abituali, professionali o per tendenza, salvo che abbiano ottenuto la riabilitazione, oppure non aver riportato una condanna, con sentenza passata in giudicato, per delitto non colposo, per il quale è prevista una pena detentiva non inferiore nel minimo a tre anni, sempre che sia stata applicata, in concreto, una pena superiore al minimo edittale.
I requisiti professionali, ai sensi dell’art. 71 D.Lgs. 59/2010, sono:
a) “avere frequentato con esito positivo un corso professionale per il commercio, la preparazione o la somministrazione degli alimenti, istituito o riconosciuto dalle regioni o dalle province autonome di Trento e di Bolzano;
b) avere, per almeno due anni, anche non continuativi, nel quinquennio precedente, esercitato in proprio attività d'impresa nel settore alimentare o nel settore della somministrazione di alimenti e bevande o avere prestato la propria opera, presso tali imprese, in qualità di dipendente qualificato, addetto alla vendita o all'amministrazione o alla preparazione degli alimenti, o in qualità di socio lavoratore o in altre posizioni equivalenti o, se trattasi di coniuge, parente o affine, entro il terzo grado, dell'imprenditore, in qualità di coadiutore familiare, comprovata dalla iscrizione all'Istituto nazionale per la previdenza sociale;
c) essere in possesso di un diploma di scuola secondaria superiore o di laurea, anche triennale, o di altra scuola ad indirizzo professionale, almeno triennale, purché nel corso di studi siano previste materie attinenti al commercio, alla preparazione o alla somministrazione degli alimenti
”.
Inoltre, nell’ambito alimentare, ai sensi del Reg.CE 852/2004 è richiesto che gli operatori che svolgono una qualsiasi delle fasi di produzione, trasformazione e distribuzione di alimenti notifichino la propria attività al fine della registrazione del proprio stabilimento. Anche un distributore, quindi, è soggetto all’obbligo della notifica.

Quali garanzie deve e può richiedere il distributore ai propri fornitori?
Nel rispetto dei principi generali di cui al Reg.CE 178/2002, ogni operatore deve garantire anzitutto la rintracciabilità del prodotto, così potendo individuare chi ha fornito e a chi è stato fornito l’alimento.
In questo contesto per garantire e poter verificare che sul mercato venga immesso un alimento sicuro, occorre che ciascun operatore conosca il proprio fornitore e verifichi che si agisca nel rispetto delle disposizioni normative sulla legislazione alimentare.
A tal fine il distributore potrà anche chiedere al proprio fornitore, in riferimento ai prodotti che gli vengono forniti, informazioni sui controlli in azienda, la documentazione inerente le attività di autocontrollo, le schede tecniche dei prodotti, eventuali certificazioni e comunque ogni documentazione attestante la conformità dei prodotti alla normativa generale e a quella di settore, se applicabile.
A seconda dei casi, inoltre, il distributore potrà accordarsi con il fornitore prevedendo anche suoi audit e verifiche presso il sito produttivo.
Ovviamente, a seconda dei rapporti tra distributore e fornitore, le garanzie da richiedere e le verifiche dirette o indirette possono variare; resta fermo il principio secondo cui il distributore deve poter assicurare al consumatore la sicurezza dei prodotti che mette in commercio e questa assicurazione si basa anche sulla conformità delle materie prime che riceve.

Nota 1 - Nell’art. 8 par. V Reg. UE 1169/2011 si afferma infatti che “fatti salvi i paragrafi da 2 a 4, gli operatori del settore alimentare, nell’ambito delle imprese che controllano, assicurano e verificano la conformità ai requisiti previsti dalla normativa in materia di informazioni sugli alimenti e dalle pertinenti disposizioni nazionali attinenti alle loro attività”.

Nota 2 -  Sentenza della Corte (Grande Sezione) 12 luglio 2011 [domanda di pronuncia pregiudiziale proposta dalla High Court of Justice (Chancery Division) — Regno Unito] — L'Oréal SA e a./eBay International AG e a.


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