DOP e IGP: la Piadina Romagnola fa scuola

DOP e IGP: la Piadina Romagnola fa scuola

La Sentenza del Tribunale dell'Unione europea del 23 aprile 2018 relativa alla Piadina Romagnola fa scuola sul tema della reputazione e sulla procedura di registrazione delle denominazioni protette. Il commento di Gaetano Forte e Chiara Marinuzzi, avvocati dello Studio Legale Avv. Gaetano Forte di Ferrara

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28

Maggio
2018

L’IGP Piadina Romagnola è stata oggetto della recentissima sentenza del Tribunale dell'Unione europea del 23 aprile 2018, che offre interessanti spunti sul concetto di reputazione per le IGP (indicazione geografiche protette), quale elemento per il riconoscimento della tutela ex Regolamento (CE) n. 1151/12, nonché sui rapporti tra la Commissione europea e gli Stati membri nel processo di riconoscimento delle denominazioni tutelate.
La sentenza ha rigettato il ricorso (Causa C-43/15) presentato da un’azienda italiana per l’annullamento del Regolamento di esecuzione (UE) n. 1174/2014 della Commissione, del 24 ottobre 2014, recante l’iscrizione della Piadina Romagnola o Piada Romagnola (IGP) nel registro delle denominazioni di origine protette e delle indicazioni geografiche protette.

I Fatti
La vertenza nasce originariamente da un’azione promossa e vinta avanti al TAR Lazio da un produttore di piadine con sede e stabilimento fuori della Romagna, contro il DM 27 dicembre 2012 avente per oggetto la “Protezione transitoria della denominazione Piadina Romagnola/Piada Romagnola per la quale era stata inviata istanza alla Commissione europea per la registrazione come IGP” nonché contro il disciplinare di produzione, che il Ministero delle Politiche Agricole aveva contestualmente inviato alla Commissione europea.

La sentenza del giudice amministrativo aveva annullato il disciplinare, sostenendo che la sola reputazione meritevole di tutela della Piadina romagnola era quella connessa alla produzione artigianale, a esclusione di qualsivoglia produzione industriale di tale alimento.

Tuttavia nelle more del processo di impugnazione avanti al Consiglio di Stato, e nonostante la piena esecutività della sentenza del Tar Lazio, la Commissione europea procedeva con la fase comunitaria di riconoscimento, emanando il Regolamento (UE) n. 1174/14.
A fronte di tale situazione e nell’attesa della sentenza del Consiglio di Stato la società si trovava costretta a ricorrere avanti al Tribunale dell’Unione europea per far valere le propria posizione pena la perdita del termine per impugnare.

I motivi di impugnazione e gli argomenti della sentenza
Il ricorso era basato su tre motivi principali su cui la sentenza così argomenta:

• Sulla reputazione
Con il primo motivo è stata riportata l’istanza, fatta propria dal Tar Lazio, secondo cui, stante l’inesistenza di uno specifico collegamento microclimatico con il territorio (accertato da una consulenza tecnica durante il processo aventi al TAR), la reputazione della Piadina (intesa come l’insieme dei fattori umani, sociali e tradizionali) poteva essere riconosciuta solo al prodotto artigianale dei chioschi o delle piccole produzioni del luogo in cui l’apporto del know how umano rivestiva una qualità differenziale.

Sul punto il Tribunale afferma che “la reputazione di un prodotto dipende dall’immagine di cui questo gode presso i consumatori (vedere in tal senso e per analogia, sentenze del 16 maggio 2000, Belgio/Spagna, C388/95, EU:C:2000:244, punto 56, e del 20 maggio 2003, Ravil, C469/00, EU:C:2003:295, punto 49)” a prescindere dal metodo di produzione artigianale o industriale del prodotto.

La sentenza in sostanza ribadisce che l’IGP (a differenza della DOP che chiede un legame molto stretto con il territorio) può essere giustificata anche solo dalla reputazione, intesa come associazione che il consumatore effettua tra il prodotto e il suo territorio di provenienza, indipendentemente dalle modalità di ottenimento (artigianali o industriali) dello stesso.

• Sul procedimento di registrazione dell’IGP
Con il secondo motivo è stato contestato un difetto di istruttoria nonché la violazione del principio di buona amministrazione, in quanto la Commissione non avrebbe valutato correttamente se le condizioni per la registrazione dell’IGP controversa fossero soddisfatte, in particolare ignorando, in sede di adozione del regolamento impugnato, la circostanza che il TAR Lazio avesse parzialmente annullato il disciplinare che accompagnava detta domanda.

Il Tribunale ha accolto le obiezioni della ricorrente, censurando fermamente il comportamento della Commissione europea e affermando che questa non avrebbe dovuto registrare l’IGP in quanto la domanda era basata su un atto annullato dalla magistratura italiana e avrebbe dovuto attendere almeno l’esito dei procedimenti giurisdizionali nazionali prima di registrare l’IGP controversa, per assicurarsi che tale registrazione si basasse su atti nazionali validi.
Tali comportamenti sono stati considerati una forma di violazione del principio di buona amministrazione e di dovere di istruttoria del fascicolo posti a carico della Commissione nella fase di esame di un domanda di registrazione presentata da uno Stato membro.

A fronte di tali motivazioni il Tribunale afferma che “il secondo motivo di ricorso è pertanto fondato”, tuttavia non ne consegue l’annullamento in quanto, qualora la Commissione dovesse riprendere il procedimento al momento in cui quest’ultimo è stato inficiato dai vizi constatati dal Tribunale, si troverebbe, nell’ambito del nuovo procedimento, a dover valutare la stessa domanda di registrazione accompagnata dal medesimo disciplinare che la stessa sentenza del Consiglio di Stato ha ritenuto valido.

• Sulla diritto alla tutela giurisdizionale
Il terzo motivo aveva a oggetto la violazione del CEDU (Codice Europeo dei diritti umani) e della Carta dei Diritti dell’Uomo, in quanto l’adozione del regolamento impugnato da parte della Commissione europea, nonostante la sentenza del TAR Lazio,  che era favorevole alla ricorrente, avrebbe violato il diritto della stessa di contestare, a livello nazionale, il contenuto della domanda di registrazione e del disciplinare. Il Tribunale ha respinto tale motivo in quanto, sebbene la Commissione fosse incorsa in una violazione del dovere di istruttoria e del principio di buona amministrazione, l’azienda aveva  comunque avuto la possibilità di adire sia i giudici nazionali che quello comunitario così potendo esplicare i propri diritti ad una tutela giurisdizionale.

Conclusioni
La sentenza si presenta particolarmente interessante laddove chiarisce che per la registrazione dell’IGP è sufficiente la sola reputazione del prodotto intesa come l’immagine, connessa al territorio, che il prodotto evoca nella mente del consumatore indipendentemente dai metodi di fabbricazione.
Ancora più interessate sotto il profilo procedurale in quanto evidenzia come la Commissione europea, nell’ambito della propria fase di valutazione della domanda di registrazione, deve svolgere un ruolo ispirato al principio di buona amministrazione e, laddove necessario,  sospendere o interrompere il processo di registrazione al fine di tener conto delle decisioni delle autorità giudiziarie nazionali.

Gaetano Forte, Chiara Marinuzzi
Avvocati dello Studio Legale Avv. Gaetano Forte di Ferrara


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