Carne bovina in caduta libera: -13,6%

Carne bovina in caduta libera: -13,6%

Cala la produzione italiana. In sei mesi l’offerta perde più di 48mila tonnellate

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14

Ottobre
2020

ISMEA ha pubblicato il report Le dinamiche del mercato delle carni bovine - I semestre 2020 che ci restituisce un comparto in sofferenza: infatti, a sei mesi dall’inizio della crisi sanitaria, sono evidenti gli impatti della pandemia. L’offerta nazionale, già in contrazione nel 2019 (-3,6%), accentua pesantemente la tendenza flessiva nella prima metà del 2020, con un calo del 13,6% (48 mila tonnellate di carne in meno) rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Nonostante al calo dell’offerta nazionale si unisca anche una diminuzione delle importazioni (-8,1% nel semestre, la più importante oscillazione negativa degli ultimi tre anni), i prezzi pagati agli allevatori su base annua rimangono comunque inferiori a quelli dello scorso anno: dal -1% dei vitelloni al -7% del vitello.

Alla base di tale situazione tanti gli elementi concorrenti che si sommano alle difficoltà legate alla pandemia: dall’incertezza della domanda, alla pressione esercitata dalla concorrenza delle carni estere, alla sempre più incerta redditività. La filiera bovina registrerà perdite di valore a doppia cifra in questo 2020.

Offerta UE

I dati rilevati dalla Commissione europea mostrano una riduzione delle quantità di carne bovina prodotta del 2,6% nei primi sei mesi del 2020. Ancora una volta, fra i Paesi dove si registra la maggiore flessione figura l’Italia, ma anche Spagna e Irlanda hanno dati in contrazione rispettivamente -2,5% e -3,2%, di contro, continua l’incremento dell’offerta polacca (+1,7%).
In ambito europeo, anche le importazioni sono in flessione e per quantità importanti. Nei primi cinque mesi del 2020, nell’Unione europea sono entrate 45.000 tonnellate di carne bovina in meno rispetto all’anno precedente, con un calo vicino al 25%.

Italia

La riduzione delle attività di macellazione in Italia (-13,6%) ha riguardato tutte le categorie, in particolare si evidenzia però il dato flessivo delle vacche, (-24%), che insieme a quella dei vitelli, ha pagato, nel periodo di limitazione, la mancanza dello sbocco Horeca e del mercato estero, e ora sconta la forte pressione esercitata dalla concorrenza del prodotto europeo. I vitelloni maschi che rappresentano il 43% dell’offerta, hanno segnato una minore contrazione delle macellazioni (-7,6%) rispetto alle altre categorie, tuttavia i dati di consistenza della BDN (Anagrafe Nazionale Bovina) di giugno 2020, riportano 13.000 vitelloni in più in stalla, rispetto a giugno 2019.

Import

A fronte di una domanda più contenuta è avvenuta la riduzione dei flussi di importazione delle carni. Il minor ricorso all’approvvigionamento di carni da altri Paesi europei ha favorito l’alleggerimento delle disponibilità in ambito nazionale, pur restando un gap tra la mancata domanda derivante dai canali Ho.Re.Ca. e la minore offerta. Nel complesso dei primi sei mesi del 2020, la contrazione dell’import di carni bovine su base annua è dell’8,1%, la più importante oscillazione negativa degli ultimi 3 anni, che presenta caratteristiche ancor più drastiche se vista in termini trimestrali: nel secondo trimestre -16,2% l’import su base annua di carni bovine fresche e congelate (-12,3% in termini congiunturali, ossia verso il primo trimestre 2020).
La Polonia, che è il principale fornitore dell’Italia di carni bovine, perde quasi il 14% dei volumi, la Spagna conquista invece quote sul nostro mercato.

La domanda interna

Il consumo domestico delle carni bovine, che in termini di spesa rappresentano il settore più rilevante fra le carni (43% e 32% in volume), registra lievi incrementi sulle altre carni; è da considerarsi positivo il risultato dei primi otto mesi 2020: +6,4% la spesa e +4,5% i volumi, ma mancano ancora i consumi fuori casa.

Gli acquisti di bovino adulto, che rappresentano circa il 60% dell’offerta (in questa categoria commerciale rientra anche il vitellone), in volume sono cresciuti del 5,7%, con un aumento del prezzo medio che ha portato la spesa a +7,7%.
Molto richiesta la carne di scottona, che è sempre più presente negli scaffali e che pur rappresentando ancora una nicchia, dimostra ottime performance in fatto di valorizzazione, per questa infatti i prezzi medi al dettaglio continuano a salire (+8,2%) e all’incremento degli acquisti in volume del 14,6%, corrisponde un aumento della spesa del 24%.
La carne di vitello è la categoria che più soffre la crisi (+0,9 in volume del consumo) ma dal decreto “Rilancio”  sono stati messi a disposizione 20 milioni di euro come premio alla macellazione dei vitelli di età inferiore a 8 mesi. Altri 15 milioni sono destinati all’ammasso privato di carni fresche o refrigerate di vitello.

Redditività a rischio

Se consideriamo come indice di redditività il rapporto tra indice dei prezzi di vendita e indice dei prezzi dei mezzi di produzione, si può affermare che nel complesso dei primi sette mesi del 2020 questo si sia mantenuto stabile rispetto all’analogo periodo del 2019; se però si osservano i dati mensili si nota che dopo il periodo positivo di inizio anno, questo rapporto si sia deteriorato negli ultimi 4 mesi. L’Indice di reddittività dell’allevamento bovino a luglio perde 8 punti rispetto a gennaio.

Nel secondo trimestre del 2020 l’indice di clima di fiducia della zootecnia da carne è ulteriormente peggiorato (-15,7), facendo segnare una contrazione di ben 10 punti su base annua e di oltre 7 punti sul primo trimestre 2020. Gli allevatori continuano ad essere pessimisti sulla situazione corrente, mentre migliori sono le prospettive degli affari a medio termine (2 o 3 anni), nell’attesa di un ritorno ai livelli economici pre-emergenza. I
l livello dell’indice è il più basso degli ultimi 5 anni, solo nel 2016 aveva toccato livelli simili quando l’impatto mediatico del comunicato dell’OMS sulle carni rosse, ne aveva provocato un improvviso crollo dei consumi.

Le prospettive future

La filiera della carne bovina nazionale ha reagito bene all’emergenza Covid-19, proseguendo regolarmente l’attività senza blocchi sanitari diretti, riorganizzando i flussi nei diversi canali distributivi e garantendo la presenza di merce anche nei periodi più difficili. L’evolversi della filiera italiana delle carni bovine è ora legato alla connotazione che i distributori decideranno di dare al mercato delle carni, ovvero quale dei due mega-trend in atto durante questi mesi prenderà il sopravvento: la crisi finanziaria che spinge verso la convenienza di prezzo, o il salutismo e la territorialità che favoriscono il prodotto nazionale.

Nell’ultimo trimestre c’è stato crollo degli ordini da parte della GDO di vitelloni maschi nati in Italia a causa della concorrenza estera. Infatti i costi di produzione elevati rendono gli attuali prezzi nazionali incomprimibili e non permettono al prodotto di essere competitivo con quello estero. La struttura produttiva nazionale non è comunque in grado di garantire l’autosufficienza (l’Italia produce solo il 55% di quel che consuma) perciò è normale che sul mercato nazionale circoli merce estera; così come è inevitabile che nel momento in cui si bloccano le esportazioni di carni da Polonia e Spagna verso il Maghreb, questi Paesi cerchino sbocchi verso l’Italia, visti i prezzi interni più alti.

Se la carne importata fosse di alta qualità non deprimerebbe i prezzi di quella nazionale e stimolerebbe una competizione su elementi quali “valore aggiunto”, “qualità organolettica”, “modalità di frollatura”, “riconoscimenti territoriali”, “marchi di garanzia del rispetto animale e ambientale”, valori etici e tanto altro, rivalutando il consumo di un prodotto che sta gradualmente perdendo appeal proprio per la scarsa riconoscibilità che ne comporta spesso un allineamento sulla scarsa qualità.

Clicca qui per scaricare il report ISMEA
Fonte: Ismea


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